La storia di Ulisse secondo Vittorio :-)

Davanti a me solo mare. Sopra di me solo il cielo. L’orizzonte una bianca linea lontana”

Questa la sfida proposta in uno dei temi di seconda e accolta da Vittorio Scapolla, che a partire da queste poche parole ha provato a riscrivere (in breve per fortuna!) la storia dell’Odissea.

Mi svegliai dolorante e privo di sensi; in quel momento era giorno, piano piano il dolore lancinante alla testa cominciò ad affievolirsi, allora ne approfittai per rialzarmi.

Appena riuscii a sollevarmi in piedi mi accorsi che poco più in là si trovava il mio amico e compagno di avventure Pericle. Non ricordavo come fossimo finiti lì. Lo toccai per controllare se fosse vivo. Il battito era debole e lui si ostinava a non dare segni di vita.

Mentre Pericle era sdraiato privo di sensi su quella spiaggia che aveva tanto da raccontarmi, io mi misi a pregare. Nel frattempo si fece buio. Dopo tutte le preghiere rivolte agli dei decisi di accendere un fuoco e costruire un rifugio col legno trovato sulla spiaggia.

Ormai era tarda notte, Pericle era morente, in quel momento io pregai per lui. Quella notte cercai del cibo sulla spiaggia, lo misi vicino a Pericle nella speranza che il giorno dopo non ci fosse più. Mi addormentai all’alba e a svegliarmi poco dopo fu proprio Pericle. Pensavo di sognare, allora ricaddi in un sonno profondo.

Appena mi svegliai vidi che il cibo non c’era più; mi alzai in piedi ed osservai Pericle seduto su un masso che fissava l’orizzonte, mentre borbottava parole in greco.

Ero al settimo cielo, non aspettai un secondo e mi catapultai da lui, facendogli mille domande. Pericle mi disse che durante il nostro viaggio in mare l’equipaggio per la fame aveva pescato nel mare di Poseidone; secondo Pericle, fu proprio Poseidone a farci naufragare per la rabbia. Quella notte tutto l’equipaggio perse la vita, tutti tranne me e Pericle.

Finalmente tutto era più chiaro. Ero felice di ricordarmi le cose, ma il dolore per la morte dei miei compagni non mi fece dormire la notte seguente.

Dopo ormai due settimane su quella spiaggia decidemmo di spostarci per cercare degli animali che ci avrebbero garantito pasti e tempo per costruire un’imbarcazione per andare via e tornare finalmente ad Atene.

Durante la ricerca ci imbattemmo in personaggi poco rilevanti per la nostra avventura, tranne uno, ed è su di lui che voglio soffermarmi: il ciclope figlio di Poseidone. La vicenda si svolse in poco tempo.

Per curiosità e bisogno di rifornimenti entrammo in una grotta gigantesca. C’era tantissimo da mangiare e molto vino da bere; eravamo contentissimi finché sentimmo tremare la terra sotto i nostri piedi; davanti all’ingresso della grotta si piazzò Polifemo, figlio di Poseidone, nonché ciclope temutissimo da qualsiasi essere che respiri.

Sconfiggerlo con la forza era impossibile, allora decidemmo di fare affidamento all’intelligenza umana.

Riuscimmo a farlo ubriacare offrendogli del vino.

Appena egli fu inerme ne approfittammo e col mio fidato coltello che tengo nel taschino feci di lui un cadavere.

Ovviamente l’occasione fa l’uomo ladro, rubammo tutto quello che c’era all’interno della grotta di Polifemo, e vendemmo tutto ad un mercante che come scambio ci offrì un’imbarcazione gigantesca.

Poseidone voleva ucciderci e non vi riuscì solo grazie all’enorme imbarcazione.

Dopo due giorni ininterrotti di viaggio tornammo in Grecia. Lì io e Pericle ci salutammo. Corsi a casa per rivedere la mia famiglia, appena entrato nel palazzo incontrai i Proci, che per un qualche motivo a me sconosciuto volevano prendere possesso del mio palazzo.

Mia moglie mi accennò tutto quello che era successo durante la mia assenza, allora io accecato dalla rabbia ammazzai tutti i Proci.

Finalmente potevo riabbracciare la mia famiglia.

Vittorio Scapolla

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