Al cuore si comanda.

Considerazioni su un tema a noi caro: la sensibilizzazione verso la tutela delle donne e la condanna di chi abusa di loro verbalmente e fisicamente. Vi proponiamo le considerazioni di una giovane donna della nostra redazione, con un occhio attento proprio a voi, la “nuova generazione” che si deve fare portavoce di un messaggio molto importante: siamo contro la violenza contro le donne, promuovendo la sensibilizzazione a partire dai banchi di scuola.
Da sempre, in ogni cultura, categoria sociale e parte del mondo, le donne subiscono violenze fisiche o psichiche, raramente compiute da parte di un estraneo. Spesso i protagonisti del maltrattamento sono proprio i mariti, compagni, fidanzati che essendo nell’ambito familiare riescono ad agire indisturbati, talvolta sotto gli occhi dei famigliari, che se nel peggiore dei casi questi ultimi restassero impassibili alle vicende, la vittima stessa si troverebbe ancora più sola e senza una via di fuga concreta.
Ma quando il problema sono le donne che decidono di tacere per anni, che pur avendone la possibilità non chiedono aiuto, la domanda sorge spontanea: perché la donna, pur sentendosi abusata, non si ribella? 
I motivi possono estendersi all’infinito. Tralasciando le motivazioni di tipo economiche o sociali inculcateci dalla cultura di appartenenza o dall’idea della “Famiglia della Mulino Bianco”, la donna molto frequentemente subisce un danno psicologico tale che la porta a credere di essere lei la responsabile delle azioni altrui. Inizia col dare la colpa a sé stessa “se solo fossi più paziente” – “se lo facessi arrabbiare di meno”, a sentirsi inadeguata cercando di venire incontro ad ogni richiesta da parte del suo uomo. Inoltre si aggiunge anche la paura dell’abbandono, perché è più facile rintanarsi in una relazione disfunzionale che molte volte può sembrare “meglio di niente” piuttosto che dover affrontare il vuoto della solitudine.
Dall’altra parte l’aggressore, mette sotto stretto controllo la donna mettendola in uno stato di isolamento a tal punto da farla sentire in prigione: il lavoro, la scuola o un hobby molte volte le vengono proibiti, mentre i contatti con i parenti e gli amici solo se tenuti sotto stretta sorveglianza. Col susseguirsi di queste vicende e col passare del tempo la donna prova una dipendenza, talvolta morbosa verso il partner, spingendola anche ad un progressivo crollo dell’autostima.
Il problema è grave ed intenso e per far fronte è necessario partire dalla coppia in sé, valutarne le problematiche ed eliminare quei concetti in cui l’uomo è il “sesso forte”, dominatore indiscusso e padrone della famiglia. È vero che oggi le situazioni sono migliorate, ma è altrettanto vero che il pensiero comune ma soprattutto l’educazione procede ancora troppo lenta rispetto alle vere e reali necessità.
Per cui se si spera in un cambiamento bisogna fare un passo indietro partendo dal nocciolo della questione: le nuove generazioni. Bisognerebbe partire dai bambini trovando dei nuovi modi di comunicazione ed insegnamento, accompagnandoli alla vita adulta con il rispetto, verso sé stessi e verso gli altri, in un mondo forse un po’ utopico, ma con una prospettiva di vita del tutto nuova e migliore. 
Non è sicuramente facile da realizzare, ma se tutti facessimo uno sforzo per trovare dei valori migliori da praticare e in cui credere, forse anche la violenza avrebbe meno terra fertile da concimare.
Isabella Teppati, 4 AFM

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